LE VECCHIE CARCERI

Una struttura massiccia e imponente ricorda che un tempo ad Asiago c'era anche un carcere. Rimasto per decenni in disuso dopo la chiusura, in anni più recenti è stato trasformato in una location per esposizioni d'arte.


L’EPOCA DELLA COSTRUZIONE

Probabilmente la decisione di costruire l’edificio seguì l’avvio della Pretura, avvenuto all’incirca nel 1825. Una recente ricerca (arch. Massimo Muraro) ha individuato negli Archivi di Stato di Vicenza e Venezia, alla voce “Carceri pretoriali. Asiago”, delle buste datate 1852, 1857 e 1862, però prive del contenuto coerente.

All’epoca le carceri del “Distretto dei Sette Comuni” dovevano pur esistere (anche se non si ha la certezza in quale parte di Asiago fossero ubicate), perché lo storico Giuseppe Nalli (1830 - 1895) ci testimonia che nel 1868, a seguito di un’operazione di polizia che coinvolse l’esercito (da due anni il Veneto era stato congiunto al Regno Sabaudo), furono fermati 173 boscaioli sul “luogo del delitto” (boschi di Galamarara, di proprietà dell’allora Consorzio dei Sette comuni che li aveva ereditati dalla gloriosa Reggenza) “i quali chiusi da ogni lato vengono dichiarati in arresto e quindi accompagnati fra due file di soldati alle carceri del Distretto”. Lo stesso Autore ci informa che nel 1890 il Sindaco Dott. Domenico Colpi “ottiene di far costruire le nuove Carceri Mandamentali”. Segno anche questo che, appunto, v’erano da qualche parte quelle vecchie. Da una pubblicazione del 1910 (Asiago e l’Altopiano dei Sette Comuni. Guida illustrata) si dice invece che il nuovo edificio sarebbe stato inaugurato nel 1887. Ma si tratta certamente di un refuso di stampa: l’anno dovrebbe essere stato il 1897, coerente con l’iniziativa del Colpi visto che nel 1890 ottenne i fondi per costruire le nuove carceri. Quale controprova, la tesi di laurea dell’Ingegnere Francesco Rigoni (A.A. 1987-88) indica che nel 1891 fu frazionata la particella catastale sulla quale fu realizzato l’edificio che, proprio nel 1897, fu introdotto nel libro delle partite tra i beni demaniali.


LA STRUTTURA

L’eventuale rovina che l’edificio potrebbe aver subito con la Grande Guerra, non comportò un rifacimento della struttura: essa rimase tale e quale, fatto documentato da foto dell’epoca. Era (ed è) costituita da due volumi addossati, formanti una pianta a “T”, con un caratteristico elemento a pianta circolare - tetto a cipolla - tangente all’edificio nel lato sud ed adibito a servizi igienici. La parte anteriore, di accesso, è di circa 70 mq ed era adibita ad abitazione del custode (utilizzata all’incirca sino al 1973). L’abitazione era separata dal carcere vero e proprio da un’unica porta, dotata di una grossa inferriata. Il luogo di detenzione (privo di un impianto di riscaldamento!), era costituito per metà circa da un vasto androne, alto due piani e pavimentato da lastroni di pietra locale. Chi vorrà visitare il complesso, noterà che sull’androne si affacciano le celle, quattro al piano inferiore e altrettante al piano superiore, queste ultime collegate da una scala e da un ballatoio, realizzato con lastroni simili a quelli del pavimento e protetto da una ringhiera realizzata con ferro battuto, anche all’epoca molto decorosa. L’edificio era recintato da un’alta muraglia. Architettonicamente rilevante è l’ingresso: la muraglia esteriore aveva un’unica apertura, un arco di pietra a tutto sesto (metri 1,5 di raggio) di stile vagamente neoclassico, sulle cui colonne portanti si innesta un possente cancello di ferro battuto. Può essere osservata ancor oggi ma non così com’era. Il terremoto del 1978 rese pericolante il muraglione, posto a ridosso del marciapiede. Si doveva perciò intervenire con urgenza. Il Comune - in un periodo nel quale lo Stato cercava di riutilizzare anche i piccoli edifici carcerari allo scopo di evitare la concentrazione dei soggetti considerati particolarmente pericolosi (terroristi) - decise di demolire la muraglia anche per evitare l’ipotesi di riutilizzo del carcere, mantenendola parzialmente ad un livello molto basso affinché ne restasse memoria, mentre fu del tutto abbattuto il lato retrostante del tracciato originale. La Giunta fu incerta se destinare lo spazio quivi ricavato per farne un giardino oppure un parcheggio. Si decise per quest’ultimo (non senza mugugni).


IL RIUTILIZZO DELL’EDIFICIO

Le Carceri da qualche tempo avevano cessata la loro funzione. Si è accennato all’abbandono del servizio di custodia avvenuto nella prima metà degli anni ‘70. Chi ha potuto leggere i registri dei carcerati, ora scomparsi, informa che l’ultimo fu una donna: anno 1969, una zingara.
Agli inizi degli anni ‘80 si pensò di utilizzare il complesso edilizio per farne l’ospizio comunale. Ciò, avrebbe determinato lo sconvolgimento architettonico interno ed esterno dell’edificio, cosa inopportuna ed impossibile. Successivamente, alla fine degli scorsi anni ‘80, cominciò a profilarsi l’idea di realizzare un museo. L’intervento non fu così semplice. La proprietà del carcere mandamentale, infatti, era in capo ai sette “vecchi” Comuni dell’Altopiano (escluso l’ottavo, Conco). Asiago fu impegnata in una complessa trattativa perché nel mentre l’edificio dava evidenti segni di cedimento, nessuno dei comproprietari voleva accollarsi – pro quota – le rilevanti spese di restauro o almeno di consolidamento e rifacimento della copertura, già crollata. Lo stesso Comune volle acquistare i 6/7 di proprietà ma il prezzo offerto non era considerato congruo dagli altri interessati. L’accordo intervenne con l’impegno di ciascuno (Asiago compresa) di destinare la quota del prezzo di 1/7 della proprietà (20 milioni di lire) per finalità sociali ed escludendo destinazioni dell’edificio di tipo speculativo, anzi indicando lo scopo di realizzare un museo etnografico. Ciò fu deliberato dal Consiglio di Asiago il 25 novembre 1996, ma la stipulazione dell’acquisto fu possibile soltanto nel 1999.


L’OPERA DI RESTAURO

Il progetto fu elaborato dall’arch. Muraro ed i lavori furono terminati nel 2001. Forse per ragioni di bilancio, il tetto è stato realizzato con tegole canadesi anziché con l’originaria rossa tegola marsigliese. Il restauro comunque ha rispettato la conformazione originale.
Sono stati conservati particolari e strutture che non lasciano dubbi circa l’originaria destinazione dell’edificio: l’androne, il ballatoio, le porte d’ingresso delle celle, le finestre a bocca di lupo (1° piano) che consentivano al carcerato di guardare, al massimo, un po’ di cielo a scacchi...
Del muraglione di cinta sostanzialmente è rimasto integro solo l’ingresso, mentre delle lastre di porfido segnano il profilo preesistente.


CARCERE E CARCERATI

Già, i carcerati! nell’auspicio di ritrovare il registro, qualche piccola informazione scaturisce dalle foto che fece Lorenzo Cisola poco prima dei restauri. Si può osservare intanto come negli anni ‘20 e ‘30 predominano le segnature dei giorni di carcere, i calendari. Si intuisce, anche negli anni successivi, che la permanenza non era lunghissima, ma doveva sembrare infinita a taluni: “oggi 4 novembre anno 1949 sono già 5 giorni di cella”. Compaiono anche disegni delle sagome di furgoni (con delle date inserite: simbolizzano il tempo che scorre “dentro”), una falce e martello, la figura di un soldato, griglie, un elegante monogramma (SP). Poi firme, dichiarazioni: “sono innocente” o “Cardillo Rosario si trova in questa prigione per la sua stupida gente che ha firmato” o, ancora, probabili cenni ad un festa della classe, forse troppo esuberante, là conclusasi: “W il 26” e pensieri all’amata. Fanno riflettere, in particolare, due date ed un’invocazione. Le prime (20.1.36-20.2.36) ci ricordano il freddo patito (le finestre avevano solo l’inferriata, non i vetri!). La seconda fa rabbrividire: “O Mamma quanto soffre il tuo figlio”.
Chissà! Potrebbe anche essere stata di qualcuno finito in carcere solo per aver procurato quella carne che la povertà non consentiva di acquistare dal macellaio e che veniva invece offerta dalla generosità dei boschi e dei pascoli, soggetta però alla licenza di caccia e alla relativa gabella; ma anche di qualcun altro che, nel periodo ‘44-‘45, il giorno seguente l’avrebbe atteso un plotone d’esecuzione.

(testo a cura di Giancarlo Bortoli, storico asiaghese).


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